Quando il troppo non è mai troppo ne La Ferrovia Sotterranea di Colson Whitehead

feroriva sotterranea

Tempo di lettura: 4 minuti e 30

Si chiama ‘patto finzionale’ o ‘contratto di veridizione’ ed è il legame più antico che lega chi racconta a chi ascolta. Il lettore sigla questo accordo implicito con lo scrittore ogni volta che apre un libro, facendo ciò che Samuel Taylor Coleridge definiva così:

Il lettore sospende volontariamente la sua incredulità razionale, immergendosi pienamente nel mondo fantastico di una storia, quando questa è raccontata secondo le sue leggi interne di credibilità

Nella tua storia, amico scrittore, c’è un asino che parla? Un ranocchio che si trasforma in principe? Un drago che vola e sputa fuoco? Ok amico scrittore, nessun problema. Mi fido. Certo, lo so che gli asini non parlano ma se la tua proposta è credibile non mi interessa. Portami dove vuoi, io voglio solo godermi il viaggio.

Non si scherza con il patto finzionale. Un buon libro si nutre di colpi di scena, chi lo nega, ma basa la sua costruzione narrativa su saldi principi di logica e verosimiglianza.  Io lettore sono a disposto a sopportare intoppi nella trama, descrizioni troppo lunghe e didascaliche o addirittura dialoghi farraginosi ma quando un accadimento della trama è incoerente con il contesto il contratto di veridizione si rompe ed è come tradire un vecchio amico: il più delle volte non si torna indietro.

Il romanzo che ho appena finito di camminare La Ferrovia Sotterranea di Colson Whitehead (sulla genialità della copertina in cui la parola Whitehead troneggia su un’immensa testa nera a tutta pagina non mi soffermerò oltre :))) si presenta come un romanzo storico. Prosa secca e potente: ambientazione precisa senza essere pedante come nella miglior tradizione USA; personaggi pennellati con pochi intensi colori; vicenda drammaticamente efficace. Scivoliamo in pochissime pagine nella Georgia della prima metà dell’800, nella piantagione Randall dove, com’è facile supporre, gli schiavi negri non se la passano troppo bene. Nessuno è mai riuscito a scappare da quell’inferno se non Mabel, la madre di Cora, una ragazzina il cui rocambolesco (e romantico, amici e amiche dal cuore tenero) tentativo di fuga verso la libertà insieme a Caesar diventa il filone centrale della trama.

Tutto procede per il meglio, entro i più classici e riusciti canoni del romanzo storico.

Finché, a pagina 87, non appare lei: la ferrovia sotterranea.

E il contratto di veridizione va a farsi friggere.

Cosa ci sta a fare in un romanzo che ha pretesa di raccontare storicamente la triste vicenda della schiavitù dei neri d’America un treno sotterraneo, che corre nelle viscere della terra per migliaia di chilometri, su binari palesemente impossibili da scavare, in un quadro che contrasta con le più basilari conoscenze di fisica, geografia, geologia, meccanica e più o meno qualunque altra scienza vi possa venire in mente ?

La domanda è pertinente.

Come ci sentiremmo se nel mezzo di un aspro combattimento all’arma bianca il principe Andrej di Guerra e pace risolvesse la faccenda estraendo una spada Jedi? O se Lucia Mondella anziché muoversi in carrozza venisse teletrasportata a Monza nel criptoconvento della CyberSventurata?

Liquidare la questione con la riposta dell’escamotage narrativo sarebbe riduttivo. Non posso credere che un autore come Whitehead (oh, c’è scritto Whitehead su un’enorme testa nera in copertina, l’avevo già detto?) come qualcuno ha scritto usi lo stratagemma della ferrovia per uscire dalle paludi della storia. Cora deve fuggire da uno stato all’altro, quando non so cosa inventarmi per farla andare dalla Georgia alla Carolina ecco che appare la ferrovia, una sorta di deus ex machina (ex treno sarebbe più corretto date le circostanze) e mi risolve l’empasse.

No, non può essere. E allora cosa?

Ho riflettuto a lungo, superato lo choc iniziale, affrontato la questione e raccolto idee sul web.

La conclusione è molto più semplice del previsto.

La Ferrovia Sotterranea non è un romanzo storico.

La Ferrovia Sotterranea non è neppure da inserirsi nel filone del realismo magico.

La Ferrovia Sotterranea è, invece, un romanzo distopico.

Osserviamo meglio. I riferimenti geografici sono vaghi. Quelli temporali latitano.  Quelli storici mancano del tutto. Ogni scelta è orientata a disorientarci compresa quella della ferrovia che corre senza una partenza e senza un arrivo, coprendo distanze non meglio specificate, addirittura costruendosi con le sue stesse ruote che martellano e scavano mentre si muovono.

E, cosa ancora più importante, ogni scelta è eccessiva.

In questo romanzo sembra che il troppo non sia mai troppo.

C’è un negro da uccidere perché ha tentato di fuggire? Benissimo. Non ci accontentiamo di impiccarlo. Lo leghiamo al capestro, gli tagliamo il pene e glielo cuciamo in bocca, per tre giorni interi lo frustiamo mentre dei gentiluomini e delle gentildonne giunti da fuori gli pasteggiano davanti. Infine , dopo averlo cosparso di petrolio, lo bruciamo. Il Tennessee è uno stato che difende la schiavitù? Bene, non ci accontentiamo di dirlo ma mostriamo cadaveri appesi ognuno a un palo della luce tanto per così tante centinaia di chilometri che chi ha cercato di trovare in quella distesa di morte un suo parente ha dovuto abbandonare stremato la ricerca.

E così via, di supplizio in supplizio, di sproporzione in sproporzione, di sovrabbondanza in sovrabbondanza finché la struttura logica collassa, trabocca dai fragili argini del romanzo storico ed esonda in una terra nuova, quella Georgia e quel Tennessee di cui si parla che non sono più luoghi del mondo a noi noto ma, ora ci è chiaro, spazi di un’altra dimensione che percorre una linea storica leggermente deviata, in cui non esistono due ‘razze’ umane in contrapposizione, i bianchi e i negri, ma solo i  negri sono uomini e i bianchi una sorta di razza aliena, senza morale, votata solo all’oppressione e alla spettacolarizzazione della violenza. Un mondo diverso, indesiderabile, spaventoso, come quelli che ci hanno fatto conoscere Huxley e Orwell. Un mondo in cui l’orrore della schiavitù, sempre moderno, sale di un gradino simbolico verso la cima, venendoci servito nella sua forma più assoluta, più pura, nuda e cruda come la carne di uomo martoriata che accompagna queste pagine.

Un mondo distopico, dunque, dove tutto diventa coerente e possibile, persino la sacca di resistenza abolizionista composta dagli eroici macchinisti di questa via di fuga che corre tra le viscere di un’ America che è una cosa in superficie ma sotto, spera l’autore, è tutt’altro: la ferrovia sotterranea.

Se i latini dicevano che in medio stat virtus beh, quel giorno Whitehead  a scuola non c’era.

Stava immaginando la futura e meravigliosa copertina del suo libro, suppongo.

Titolo: La Ferrovia Sotterranea / Autore: Colson Whitehead / Traduzione: Martina Testa

Edizioni SUR

Pagine 376 / Chilometri percorsi: 79

 

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9 pensieri su “Quando il troppo non è mai troppo ne La Ferrovia Sotterranea di Colson Whitehead

  1. Esatto è un distopico, non c’entra nulla col realismo magico! Ho adorato l’espediente della ferrovia sotterranea e quello che rappresenta. Il capitolo riguardante Mabel è qualcosa di eccezionale.
    A presto Filippo;-)

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  2. Mi immagino la scena a pagina 87. Ci si blocca durante il cammino si rilegge bene con pupille sempre più fini e: “eeeeeehhhhh???!?” 😂
    Beh nel complesso, se la su vuole guardare così il libro prende senso e molto. Potrebbe diventare qualcosa di più di una semplice magnifica copertina!!!

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    1. Qualcuno leggendo questa recensione mi ha chiesto se il libro mi sia piaciuto. La risposta è comunque sì, perché è avvincente, moderno e ha tante altre qualità. Ma quel punto resta irrisolto. E la scena è proprio come la descrivi tu: eeeeeeehhhhhh?

      Piace a 1 persona

      1. Ecco perché sto cercando di fare delle recensioni calibrate: qualcuno vuole sapere già che a pagina 87 cambia il libro, qualcuno no. E spesso nella quarta di copertina di questi libri ci sono notizie vaghe sul volume, apposta per non rovinare la sorpresa (a chi cerca, una sorpresa ).
        Sto facendo delle video recensioni divise in parti, dopo ti posto il link dell’introduzione così mi puoi dire cosa ne pensi magari 🙂

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