Leggoecammino/1 – Sul perché chi cammina arriva più lontano

CAMMINARE FILTRATO

Il 4 luglio 1845 Henry David Thoreau si stabilì in una piccola capanna da lui stesso costruita presso il lago Walden nei pressi di Concord, Massachusetts. Fuggiva dalle costrizioni sociali e dagli obblighi del mondo ( e da qualche problemino con il fisco a dirla tutta). Con la sua scelta coraggiosa e tenace, da cui trasse Walden ovvero vita nei boschi, intendeva dimostrare che l’uomo può esistere e sopravvivere anche nella semplicità, nel rapporto più stretto e intimo con la natura che ci circonda.

In quegli anni scrisse, tra le altre, questa frase: il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi. Era matto?

Lunghissima è la lista dei poeti, pensatori, filosofi, narratori che hanno cercato nella natura la risposta ai perché dell’esistenza, dei suoi drammi e delle sue domande. Più interessante è sapere che molti di loro erano instancabili camminatori. Da Aristotele, il peripatetico per antonomasia, a Rimbaud, da Rousseau a Kant passando per Goethe ecco alcuni tra i nomi di menti eccelse che hanno partorito sulla strada, o attraverso la strada, le loro idee migliori, fedeli al vecchio adagio che recita tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina (questa l’ha detta un altro camminatore, uno sveglio, tal Friedrich Nietzsche).

Il caro vecchio Nietzsche ha sempre denotato un pregevole gusto per la sproporzione ma non aveva tutti i torti. La strada è lo spazio del punto di vista. Ogni passo, ogni singolo, minuscolo momento del camminare, proietta fisicamente il nostro essere-corpo in uno scenario differente dandoci , diversamente da tutti gli altri mezzi di trasporto, il tempo per prenderne coscienza. Immaginate, come fece Zenone molti secoli prima di noi, di poter dividere la traiettoria di una freccia scoccata verso il bersaglio in tanti spezzoni in ognuno dei quali la freccia aleggi ferma a mezz’aria. Ogni frame (scusa Zenone se parlo difficile) è spostato di una frazione di tempo e spazio rispetto all’altro. Ogni frame (scusa ancora Zeno’) è un momento fisso, di immobilità in cui se la freccia avesse occhi per guardare vedrebbe il mondo come non l’ha mai visto prima e come non lo vedrà mai più. Così siamo noi mentre camminiamo. Ma rispetto alla freccia abbiamo il tempo. E gli occhi, appunto.

Camminando non andiamo soltanto. Ci isoliamo. Conosciamo meglio il nostro interno, ci approfondiamo e allo stesso tempo ci allontaniamo da noi. Mettiamo in discussione il nostro vissuto. Ci perdiamo nel tempo (un giorno scrissi su Facebook: Cerco compagni di passeggiata per questa sera, astenersi perditempo e un amico commentò che camminare è perdere tempo e quindi proprio loro dovevo cercare. Diavolo se aveva ragione) e rompiamo la routine. Spezziamo tutte le connessioni che riteniamo necessarie. Pensiamo diversamente. Ricordiamo. Vediamo cose nuove.

In una parola creiamo.

Perché la strada, infine, è questo. Il luogo della creazione. L’orizzonte più lontano che il nostro sguardo abbia mai sfiorato.

Siamo pronti a metterci in strada?

Alzare i sederi pesanti dal divano. Fatto?

Allacciarsi bene le scarpe. Scarpe comode eh?

Occhiali da sole, non si sa mai

Un piano di lavoro ben congegnato: oggi 30 minuti, domani 35, dopodomani 40.

Non vergognarsi di sentire la stanchezza: è il motore del mondo.

Sorriso e saluto sempre in canna: quando si cammina si sorride a tutti e tutti si saluta.

Niente bastoni o racchette. A noi le mani servono libere. Perché c’è un’altra cosa che dobbiamo fare.

Una cosa fondamentale. Necessaria. Vitale, per noi.

Dobbiamo imparare a leggere.

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