Quando la trama ti trama alle spalle in Tutto è possibile di Elizabeth Strout

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Tempo di lettura: 5 minuti

Tutti ne conosciamo uno, ne sono sicuro.  Uno zio, un amico, un conoscente…Uno di quelli, per capirci, che davanti a un quadro di Kandinskij afferma, con ebete leggerezza: “Mio nipote saprebbe fare di meglio.” L’avete presente, no? Ecco, dev’essere stato uno di quelli a paragonare Tutto è possibile di Elizabeth Strout a Gente di Dublino di James Joyce. Giuro che l’ho letto sul serio.

Il punto in comune fra i testi sarebbe, usiamo una perifrasi, l’inconsistenza dell’intreccio a favore dell’introspezione dei personaggi. Succede poco in entrambi i libri, insomma, succede nulla, ma qua e là, attraverso microstorie personali, semplici e all’apparenza banali, chi scrive tenta di proporre chiavi di lettura nuove su quesiti eterni e universali.

Per esprimere la mia personalissima opinione sull’incauto accostamento scomodo la più fantozziana delle affermazioni: il paragone Joyce-Strout è una cagata pazzesca.

Riesco a spiegarmi meglio, spero, appigliandomi come al solito alla fune della ‘tecnica’ letteraria, in particolare definendo meglio il concetto di sottotrama.

Un testo narrativo è un corpo che si regge su uno scheletro centrale: la trama. Dall’inizio alla fine la trama ci conduce  nella vicenda del/della protagonista (o eroe/eroina per dirla con Propp). La trama ci fa appassionare ai suoi amori, alle sua battaglie, alle sue sfide e pretendiamo da chi scrive che ci racconti non soltanto come va a finire l’epopea del nostro/nostra ma, ben più importante, tutti i passaggi logici che lo/la conducono al finale. Non è la meta, l’obiettivo, ma il viaggio, tanto è vero che per un certo periodo di tempo ha riscosso un discreto successo il famigerato ‘finale aperto’, strumento ostico, utilizzato magistralmente da alcuni (vedi Carver) e malissimo da altri.

E’ buona norma non svicolare troppo dalla vicenda principale per evitare di annoiare il lettore o farlo smarrire nel bosco dell’intreccio. Allo stesso tempo è bene affiancare a quest’ultima alcune peripezie secondarie, storie di minor respiro che pur non interessando l’asse centrale ci aprono nuovi squarci su lati del carattere del protagonista, rafforzano il contesto o irrobustiscono la trama principale.

Sottotrame, appunto.

La sottotrama ha acquisito nuova nobiltà nell’epoca della serie TV,.Se avete dei dubbi chiedete ai fan di Twin Peaks, una serie cult, nata per risolvere un omicidio (Chi ha ucciso Laura Palmer?) e che dopo la soluzione dell’enigma (l’assassino è noto dal 1991) non ha affatto perso smalto, anzi, facendosi forza proprio di un labirinto di sottostorie, spesso senza relazione l’una con l’altra e senza spiegazione logica, veri e propri vicoli ciechi che sembrano eccitare smodatamente i fan in tutto il mondo.

Non me ne voglia David Lynch e non me ne voglia Elizabeth Strout ma se la sottotrama si chiama così esiste una precisa ragione semantica. Meglio: strutturale.

La enuncio, sfiorando l’ovvio: può esserci sottotrama solo laddove c’è trama.

Il testo, si sa, è un soggetto permaloso e altamente vendicativo. Non sopporta che le regole base che lo reggono vengano cambiate così, senza nemmeno un preavviso. E ti rema contro, se può. Ti inganna.

Ti imbroglia.

Ti sfida.

Se togli la trama ti trama contro. E la paghi cara.

In Tutto è possibile accade che una scrittrice, Lucy Barton, (protagonista di precedenti e pare meglio riusciti romanzi) faccia ritorno fisicamente e metaforicamente al suo paese natale, Amgash, Illinois. Metaforicamente, dicevo, perché il suo ultimo libro parla proprio di quel paese, delle miserie e del riscatto di tutti gli abitanti del minuscolo centro del Midwest dove anche lei è cresciuta. L’arrivo del libro nelle librerie di Amgash scatena un putiferio.

Dovrebbe scatenare un putiferio. E non me la sento di escludere che l’abbia scatenato sul serio. Semplicemente noi non lo sappiamo perché non ci viene raccontato.

Sappiamo che Lucy ha un fratello, Pete, probabilmente abusato dal padre, e una sorella, Vicky, sconfitta dalla vita. Capiamo sin dall’inizio che i tre si incontreranno dopo anni e al termine del loro incontro, tanto anelato dal lettore convinto di aver finalmente raggiunto il climax, ci chiediamo: tutto qui? Tre pagine?

Sappiamo che la famiglia di Tommy Gutpill aveva un caseificio un tempo, prima che un incendio lo distruggesse costringendola alla povertà. Scopriamo, dopo poche pagine, che probabilmente è stato il signor Barton, il vecchio padre di Lucy, ad appiccarlo. Bene, direte voi, bell’inizio. Non fosse che poi del signor Gutpill si smarriscono le tracce e chissà cosa diamine stia combinando adesso.

C’è Patty Nicely, un tempo principessina della scuola e ora grassa assistente scolastica, delusa, depressa, che si sente però capita dal romanzo di Lucy e lo assapora dolcemente come una caramella gialla appiccicata in fondo alla bocca. Oh, eccola la trama! Patty Nicely troverà nella lettura del romanzo di Lucy gli stimoli giusti per ripartire e rifarsi una nuova vita! No, neanche questo: grassa era e grassa rimane, vecchia era e vecchia rimane, insoddisfatta era e insoddisfatta rimane, vedova era e tale rimane. Punto.

Uno alla volta, in una mesta processione da venerdì santo, ci vengono incontro i personaggi, più di venti, li ho contati. Tutti con sufficiente dignità da dover essere ricordati. Tutti abbandonati lì, però, dopo inizi anche intriganti. Personaggi da una botta e via, insomma, che anziché rimanerti dentro e contribuire a costruire il microcosmo vitale di Amgash ti si aggrovigliano in testa provocandoti l’umiliante esperienza di non capire più chi sia l’amante di chi o il fratello di chi o la madre di chi.

Ricordate quei giochi da bambini in cui l’unico modo per ottenere l’applauso di mamma è infilare solidi geometrici dentro i corrispondenti vani? Ecco, a leggere Tutto è possibile si prova la stessa frustrazione di quel bambino che tenti di infilare il cubo nello spazio fatto a cerchio. Ci prova, ci riprova, sente che la soluzione è lì, a un tiro di schioppo, finché, amaramente, si rende conto che non c’è nulla da fare.

Mi sono lasciato disorientare da Strout, nella convinzione che l’epifania stesse arrivando, e fino all’ultima pagina (finale raccapricciante peraltro) ho spinto speranzoso il mio cubo.

Poi, chiuso il libro, ho avuto davvero l’illuminazione.

Tutto è possibile? No, signora Strout.

Scrivere un libro senza trama, ad esempio, non lo è

Titolo: Tutto è possibile / Autore: Elizabeth Strout /  Tradotto da: Susanna Basso

Editore: Einaudi Super Et /

Pagine 205 / Km percorsi 45

 

 

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