La parola-bussola in Zero K di Don DeLillo

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Tempo di lettura due minuti

‘Il mondo era così recente che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle con il dito.’

Siamo a Macondo, all’epoca in cui un giovanissimo Aureliano Buendìa viene condotto dal padre a conoscere il ghiaccio. Siamo nel cuore del celeberrimo incipit di Cent’anni di Solitudine.

Quante volte, nella sua millenaria storia evolutiva, l’uomo si è trovato nella situazione di dover dare un nome alle cose? Neanche i più vecchi fra noi c’erano quando un peloso-qualcuno-mezzo nudo indicò gli oggetti che aveva davanti decidendo che l’uno si sarebbe chiamato ascia, l’altro ruota, e poi roccia, carro, caverna. Eppure è successo. Non eravamo lì neanche quando un uomo più moderno battezzò oggetti che non si potevano vedere: amore, odio, amicizia, Dio. Eppure è successoEravamo lì, invece, quando è nato nostro figlio, fratello o nipotino e abbiamo deciso, consigliato, imposto si chiamasse Giulio o Alessandro o Marco o Maria o Chiara …E il nostro cane? Chi ha scelto il suo nome? Il nostro gatto? La nostra auto? E come si chiamava quella bambola senza cui non potevamo addormentarci?

Nominando qualcosa lo si rende vero. Lo si afferra. Lo si domina. Non c’è esperienza che ci faccia sentire più onnipotenti che imporre un nome.

Garcia Marquez lo sapeva bene e non a caso sviluppa la sua vicenda a partire da lì, da un mondo già pieno di significato che sta però scoprendo a poco a poco l’eterna, innata, decisiva funzione vivificatrice della parola.

Un punto zero, insomma.  E se lo Zero K del titolo del romanzo di DeLillo che ho camminato questa settimana rimanda, almeno apparentemente, a una temperatura, lo zero Kelvin, non c’è dubbio che la vicenda alluda a un nuovo punto di partenza.

Perché se vi diranno che Zero K tratta dell’ ineludibile necessità di dirsi addio (come si legge sulla quarta di copertina del libro scritta a quanto pare da un amante del genere Harmony) sappiate che vi stanno mentendo di brutto. Non si parla di fine, in questo libro, ma di un inizio, diverso.

Non si parla di vita o di morte. No.  Zero K parla principalmente del linguaggio, antica ossessione dell’autore. Parla della parola. La parola che crea, la parola che distrugge e la parola che manca. La parola che scivola. La parola che arriva inaspettata. La parola che modella la realtà e che alla realtà si aggancia quando tutto il resto sembra sfuggire dalla comprensione umana.

La parola che è azione e simulacro, forma e astrazione.

La parola che si tocca da quanto è concreta.

La parola che aderisce alla vita, si salda all’esistenza, nominando cioè che ancora non ha un nome.

La parola che orienta laddove esiste il caos e, come antica stella polare, resta fissa nel disordine. La parola-bussola nel nostro cielo.

In Zero K il figlio (così DeLillo definisce spesso il protagonista Jeff) viene invitato dal padre a visitare Convergence, una futuristica cittadella in mezzo al nulla dove i corpi vengono conservati criogeneticamente in attesa di un futuro prossimo in cui la morte non sarà più un’opzione e la medicina possederà la risposta a ogni domanda. E’ qui che Artis (si chiama così? O un altro nome sarebbe più giusto, per lei? Definisci nome) la seconda moglie del padre, afflitta da una malattia degenerativa si sta preparando per raggiungere lo stadio successivo.

Convergence è nel deserto del Kazakistan ma la descrizione del viaggio di Jeff ci fa perdere l’orientamento fino a comprendere che la collocazione geografica non ha, in realtà, alcuna importanza (definisci geografia). La storia è ambientata ai giorni nostri, forse, o nel futuro o in un passato parallelo, io non lo so. Se c’è una cosa in cui DeLillo senza dubbio eccelle è la capacità di liberare il testo da ogni riferimento spazio-temporale consegnandocelo in purezza. Artis si chiama Artis, forse, ma Ross di certo no, ha deciso di cambiare nome in un punto indefinito della sua vita. La sua prima moglie, la madre del Figlio, si chiamava Madeleine, ma nonostante gli sforzi Ross non riesce proprio a ricordare questo nome. Convergence è un dedalo di corridoi tutti uguali, dove si incontrano manichini (sono uomini? Non lo sono? Definisci uomo. Definisci animale). Vari livelli dall’alto al basso in un susseguirsi di schermi muti su cui scorrono drammi senza parole: terremoti, alluvioni, attentati terroristici, il rumore oceanico di gente che vive. Il brusio del mondo, così ci viene descritto.

In questo labirinto moderno suddiviso in livelli numeri abitato da monaci silenziosi che assaporano cibi senza gusto e consolano vivi che si apprestano all’eternità, veniamo inghiottiti in un vorticoso disorientamento e a via a via, trascinati lì, nell’occhio di quel ciclone. Allora, tremanti, afferriamo l’unico appiglio che emerge dal vuoto assoluto di significato nel quale stiamo affogando: la parola.

Definisci pelucco, dice Jeff. Definisci stampella. Definisci persona. Falafel. Cappotto. Tempo. Spazio. Eccone, alcune. E’ una frenesia costruttiva, necessaria alla sopravvivenza, che culmina nell’incontro tra Jeff con Ben Ezra (è Jeff a chiamarlo così, per renderlo vero, ma l’uomo non ha nome). Un uomo magro, venerando, con uno zucchetto in testa che non si presenta e non nomina, introducendo il dialogo con un laconico: “Lei è il figlio” e Jeff che risponde dubitativamente, ormai (può esserne certo? Definisci figlio): “Direi di sì.”

E il dialogo continua così.

“Quelli che alla fine usciranno dalle capsule saranno esseri umani storici.

“E parleranno una nuova lingua, secondo Ross” (dice Jeff)

(di nuovo Ben Ezra) “Una lingua isolata, scevra da legami con altre lingue. Che sarà insegnata ad alcuni, impiantata in altri. Un sistema che offrirà nuovi significati, livelli di percezione completamente nuovi. Amplierà la nostra realtà e la profondità del nostro intelletto. Ci ricostruirà. Conosceremo noi stessi come mai prima, sangue cervello e pelle. Nei discorsi di ogni giorno ci avvicineremo alla logica e alla bellezza della matematica pura. Niente similitudini metafore o analogie. Una lingua che non rifuggirà dalla forma di verità oggettiva che non abbiamo mai sperimentato.”

Definisci linguaggio. Definisci realtà. Definisci infinito.

Definisci te stesso. Poniti la domanda che si pone Jeff di fronte alla dipartita di Artis e alla decisione del padre di seguirla: Sono qualcuno o sono le parole che mi fanno pensare di essere qualcuno?

Rispondi, se ne sei capace. Se ti serve aiuto, guarda il cielo, di notte. A tutte le latitudini. Là la troverai, la  parola bussola. Ultimo bastione contro il caos.

Titolo: ZeroK / Autore: Don DeLillo / Editore: Einaudi Super Et

Pagine 180 / Km percorsi 35

 

 

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