La mossa assassina del flashback in 1972 di Francesca Capossele

1972

Tempo di lettura: 3 minuti

A poche pagine dalla fine di 1972, il libro che sto camminando in questi giorni, Cristina, la protagonista e io narrante, bussa alla porta di Marco, decisa come non mai a concedergli la sua preziosa verginità. Marco (che pure la accontenterà) accoglie la ragazza con lo stesso vibrante entusiasmo con cui salutiamo la postina mentre ci consegna una multa.

La scena si svolge più o meno così.

Non mi fai entrare?
“Ma certo entra pure”
“Sono venuta per fare l’amore con te” Mi guarda stupefatto.
“Non ti va? Credevo di piacerti.”
“Ma no Cristina, non è questo.”

E che cos’è, allora, Marco? Cosa ci può essere che non va in una ragazza giovane, carina e vergine, venuta a bussare alla tua porta come un dono inatteso piovuto dal cielo?

Per tentare di rispondere alla questione che sta in sospeso nell’aria facciamo un passo indietro, anzi in-dentro. Muoviamo dritti dritti verso il cuore strutturale del romanzo.  Anche se i dibattiti sulla categorizzazione dei testi lasciano spesso il tempo che trovano 1972 è senza dubbio un romanzo di formazione, un tipo di romanzo cioè in cui il/la protagonista trasmigra, attraverso la vicenda narrata, dalla gioventù all’età adulta, attingendo in questo percorso a piene mani da tutti i riti di passaggio tipici del caso, con ampia preferenza per quelli di natura sessuale.

Leggiamo l’incipit di due fra i più celebri romanzi di formazione del 900:

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili.’                                           Il giovane Holden, J.D. Salinger

Salinger parte in presa diretta. Non c’è filtro tra il protagonista, la storia e il tono. Non c’è distanza né lessicale, né spaziale, né geografica. E’ una promessa di immediatezza, di verità, costi quel costi: lettore, scordiamoci il passato, seguimi adesso piuttosto, goditi il bello della diretta della mia vita.

Un altro esempio:

La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriartry ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire.                                                                                                                                   Sulla strada, J. Kerouac

L’attacco di Kerouac è più ‘tradizionale’, punta il focus su un personaggio altro, un fantomatico Dean che avrà, lo sappiamo bene, un ruolo centrale nella vicenda ma nello spazio di un amen sparisce. Bastano tre righe per scoprire che il protagonista-io narrante  si è separato dalla moglie, ha superato una brutta malattia ed è entrato in una parte nuova della vita. Della mia vita, dice, chiarendo una volta e per tutte l’oggetto della narrazione. E’ la mia vita di cui si parla. Ci siamo dentro, allacciamo la cintura: si parte.

Adesso l’incipit di 1972. A parlare è Cristina.

Finché sono stata nella casa di Ferrara, con il giardino chiuso da un alto muro di mattoni rossi ero quasi felice senza saperlo. Ignoravo che di lì a poco avrei abitato a Bologna, che vi avrei incontrato Elisabetta e non immaginavo di certo che lei e la sua famiglia avrebbero preso il posto di tutto quello che avevo amato prima. Non sapevo neppure che mia nonna stava per morire e che morire era facile. Accadeva ogni giorno. [] Ora Invece intorno a me c’è un paesaggio estraneo, rassicurante, vuoto: è il prato all’inglese che circonda la scuola di Lagos dove insegno.

Il blocco narrativo è fondamentalmente lo stesso: una protagonista – io narrante tenta di interessarci alle vicende della sua vita. Qualcosa non funziona,però. Cosa? Andiamo per ipotesi. Potrebbe essere, ad esempio, una ragione geografica, la naturale propensione di molti lettori verso lo straniero, l’esotico. A Cristina è toccata in sorte Ferrara, a Salinger New York: chiaro che si parte svantaggiati. Kerouac si trova da qualche parte nei dintorni di Chicago, Cristina è nel Lagos, nazione per la quale proviamo una grande simpatia ma che difficilmente sapremmo indicare al primo colpo una cartina. Tutto vero ma non sono convinto. Proviamo con una ragione di stile? Interessante. La prosa dei primi due è molto accattivante, la prosa di lei fatica un po’ di più ma sarei ben poco cavaliere (stronzo è la parola giusta) se trovassi la causa di tutto nel paragone tra la prosa di chiunque e quella inarrivabile dei due mostri sacri di cui sopra. No, scarterei anche questa. Tentiamo una terza via: la faccenda potrebbe essere di natura temporale. C’è un particolare, infatti, che forse avete intuito ma che dal solo incipit non avete potuto dedurre con certezza. Tra la casa di Ferrara con il giardino chiuso, ieri, e il Lagos, oggi, sono passati quarantacinque anni. Quarantacinque anni.

Cristina io-narrante sta io-narrando una storia di quarantacinque anni prima che ha come protagonista una ragazza di cui la Cristina di oggi non sa assolutamente nulla: la Cristina di ieri. Un’ assoluta estranea con cui forse la Cristina di oggi ha condiviso un pezzo di strada per poi separarsene per sempre.

Ecco cosa non funziona. Trovato. Perché se esiste un regola non scritta nel meccanismo del romanzo di formazione è che la storia deve accadere sotto i nostri occhi. Deve sussistere un’imprescindibile comunanza morale, di atteggiamento, di età, di pensiero, di visione del mondo tra chi narra e chi vive la vicenda. Questa è la condizione unica ed indispensabile per cui la stessa comunanza si estenda verso chi legge, rendendolo, fine ultimo di chi scrive, proiezione speculare del protagonista.

Non si può andare indietro di quarantacinque anni nel romanzo di formazione.

Mai e poi mai, in questo tipo di romanzo, si deve fare la scelta di Capossela: la mossa assassina del flashback. Una scelta che al romanzo costa carissima.

La protagonista vive allacciata a questa ambiguità per tutta la narrazione senza liberarsene mai. La telecamera della narrazione è puntata, infatti, per oltre 160 pagine su una ragazza di vent’anni che non fa nemmeno una scelta da ventenne, che non è a suo agio nei suoi stessi panni, che costruisce sulle lacrime che piange e sui sorrisi che le nascono sul viso un palazzo di esperienza e di vissuto che, semplicemente, non può avere.  La narrazione, che per tipologia e genere richiederebbe un’asciuttezza poetica, si arriccia, si incaglia, si avvinghia sui significati che la Cristina sessantacinquenne vorrebbe dare a tutti i costi alla vita della Cristina ventenne. La Cristina di oggi è una donna che compie il peccato mortale di volersi ergersi a io-narrante senza averne alcun diritto, arrogandosi in prima persona il racconto  della vita della persona più diversa da lei che possa esistere in tutto l’universo. Con la conseguenza di rendere la protagonista, la Cristina di ieri, più giudiziosa della secchiona del primo banco, più preparata di quella  che ti prestava sempre gli appunti, più noiosa della noia stessa tanto che Marco, trovandosela davanti, pronta, giovane, vergine, pure carina si blocca. Anziché lasciarsi andare all’ineluttabile passione perde tempo a scorrere mentalmente tutte le possibili conseguenze nefaste di un suo sì (non me la leverò più di torno) o di un suo no (non me la leverò più di torno) optando, infine, per la scelta che ritiene meno peggiore fra le due: cavarsi il dente.

Chissà se Cristina era così. Io non credo. Secondo me era bella e pure simpatica. Secondo me Marco le è saltato addosso, nella realtà, baciandola con passione e questa freddezza di cui il poveretto è tacciato e di cui rimarrà traccia ai posteri per sempre è  solo l’ennesima storpiatura del ricordo, della Cristina più vecchia, che qui moraleggia, là esagera, qui sentenza, là sminuisce senza mai cogliere l’essenza di una protagonista che sfugge alla nostra presa, tormentata com’è dal peso schiacciante del suo stesso futuro.

La saggezza, vivaddio, arriva sempre quando non serve più. Questa è una delle poche certezze della vita.

Ci pensi che due palle se non fosse così, Cristina?

Titolo: 1972 / Autore: Francesca Capossela / Editore: Fandango

Pagine 160 / Km percorsi 27

 

 

 

 

 

 

 

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