La figura del Narratore Subacqueo in ‘Patria’ di Fernando Aramburu

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Tempo di lettura: 2 minuti e mezzo

Si presentano bene e non sanno di niente certi libri, come bocconcini di mozzarella sconditi. Poi ti capitano quelli che se non hai abbastanza dimestichezza rischiano di scoppiarti in mano. E dire che sono fatti di parole, gli uni e gli altri. Solo parole, niente più che parole. Dove sta la differenza allora?

La differenza che cerchiamo si chiama potenza. Categoria del testo evasiva, sfuggente e dunque misteriosa, la potenza. Lo scrittore cerca di afferrarla come può, combina, incastra, concatena, combatte notti intere sentendola talvolta ronzare vicino all’orecchio per poi perderla senza speranza. Qualche volta, non sempre, ci riesce e davanti agli occhi del lettore si compie la magia. Patria, di Fernando Aramburu, il libro che sto camminando in questi giorni, è uno di quei casi. Si parla di ETA, indipendentismo dei Paesi Baschi, anni settanta e una serie di altre cose di cui, vuoi per distanza geografica o storica, fino a ieri non me ne poteva fregare di meno.

Eppure eccomi qui, a percorrere più di ottanta chilometri per terminare un libro che mi ha avvolto in un magnetismo coraggioso e senza tempo. Sento dalle pagine all’apparenza innocue scaturire l’odore del sangue, della rivalsa, del rancore che corrode. Della violenza. Del tradimento.

La magia si è compiuta, Aramburu l’ha creata, commettendo solo un piccolo (madornale) errore: svelarci l’espediente. Il trucco c’è e si vede!

Il romanzo è composto di 125 micro capitoli di poche pagine l’uno (5-6). Un finto narratore in terza persona ripercorre la vicenda delle due famiglie, quella del Txato e quella di Joxian, a cavallo dell’evento che scava un solco invalicabile tra loro: la morte del Txato, assassinato dalla lotta armata indipendentista  di cui Joxe Mari, figlio primogenito di Joxian, fa orgogliosamente parte. Ho detto finto narratore in terza persona perché ogni micro capitolo è raccontato dal punto di vista di uno dei personaggi, siano essi i capifamiglia, le loro mogli, o i figli. Come una telecamera fissata nel cuore dei personaggi riviviamo anche due, tre o quattro volte lo stesso episodio chiave, rivisitandolo attraverso altri occhi, tanto che alla fine di tutto è difficile individuare un protagonista.

La scelta della terza persona calata su più personaggi è corretta ma scolastica. Trattandosi di una saga famigliare trovo piuttosto normale che l’autore giochi sui punti di vista mettendo continuamente in discussione le conquiste parziali del lettore. In Patria se commetti per un attimo l’errore di parteggiare per qualcuno la pagina dopo lo odierai. Non esiste il bene, non esiste il male, non esiste il bianco né il nero. Ma Aramaburu, qui sta la sua grandezza, non si limita a questo. Aggiunge alla narrazione una sfumatura leggera ma persistente. La chiave di volta di tutto il sistema.

L’ho chiamato Narratore Subacqueo

Capitolo 79. Joxe Mari, figlio di Joxian e membro dell’ETA, e il suo compagno Paxto incontrano per la prima volta in un luogo segreto Pakito, uno dei capi della lotta armata. ‘O forse era soltanto la sua immaginazione, suscitata dalla fascinazione timorosa del novellino nei confronti del veterano della lotta armata al quale era attribuito un curriculum tanto inquietante quanto insanguinato. A Patxo diede la mano. A me una pacca sulla spalla. “Tu sei quello che giocava a pallamano?” Molto astuto. Pensai: gli hanno passato l’informazione e lui fa finta di conoscermi.’

Capitolo 2, il narratore-telecamera  è su Bittori la moglie del Txato. Uscì dalla chiesa dei gesuiti, in calle Andia, con il cielo già scuro. Era giovedì. C’era una temperatura gradevole. Riconobbe una faccia nota. Senza pensarci su cambiò marciapiede. Era da tanto tempo che non passava di lì. Improvvisamente si ricordò delle parole che le aveva detto Nerea quella mattina. Che non bisogna rinunciare all’allegria. Per fare salti di gioia avrebbe avuto bisogno di altri stimoli. Per esempio? Che inventassero una macchina per risuscitare i morti e mi ridessero mio marito.”

Cos’è successo per due volte in due diversi capitoli (e tante altre nel corso del libro?)

Il pensiero dei personaggi entra con violenza nella narrazione non filtrato dall’uso del virgolettato. E’ la voce mentale del personaggio a parlare (A me una pacca sulla spalla pensa Joxe Mari) (Mi ridessero mio marito pensa Bittori) ma la scelta di non separare il pensiero dal narrato attraverso la comunissima formula dei due punti-virgoletta genera, dà vita, plasma di fatto un altro narratore. Un narratore nuovo, diverso, che naviga silenzioso sotto il pelo dell’acqua e, all’improvviso, appare trascinandoti giù.

In un riga sei l’osservatore dell’incontro tra un giovane guerrigliero dell’ETA e un vecchio caporione, la riga dopo no. Quella pacca, all’improvviso, cade proprio sulla tua spalla, sei tu che giochi a pallamano e su di te che hanno preso informazioni. Sei tu che affoghi accorgendoti che questa storia di una donna che ha perso il marito non è più fantasia ma è la tua vita, ti chiami Bittori sai, sei vedova, sei scivolato nel mare di una vicenda che non era la tua, finché un narratore in terza persona ti chiedeva di esaminarla con occhi distanti ma adesso ce l’hai in casa, è sulla tua poltrona, ti sovrasta, ti sommerge. Ti affonda. Ti porta sotto finché il narratore subacqueo non molla la presa lasciandoti risalire.

Solo allora puoi respirare di nuovo. Attendendo, con ansia, di immergerti di nuovo.

Titolo: Patria / Autore: Fernando Aramburu / Editore: Guanda

Pagine 631 / Chilometri percorsi 85

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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